
L’ARTE VIVA E ATTIVA DI PATRIZIA BENEDETTA FRATUS
| di Barbara Pavan |
Con Indre e il progetto Medee – ultimi due interventi in ordine di tempo – Patrizia Benedetta Fratus (Palosco 1960) conferma l’impegno attraverso l’arte partecipata nell’esplorazione e nella ricerca di nuove dinamiche relazionali individuali, sociali e politiche alternative a quelle già sperimentate fin qui.

Artivista attiva da anni sulla scena nazionale e internazionale, Fratus è da sempre convinta che l’arte rappresenti uno strumento di trasformazione ed evoluzione, sia a livello individuale che collettivo, con rilevanti implicazioni sociali e politiche. Predilige l’uso di materiali di scarto per dar vita a opere e interventi che coinvolgendo attivamente coloro che contribuendo alla loro realizzazione ne diventano parte integrante e viva. Attraverso l’esplorazione delle mappe linguistiche, indaga le radici dell’immaginario possibile al di là degli stereotipi, consapevole del potere insito nelle parole, capaci di generare infiniti mondi. La sua pratica artistica si struttura come un’indagine intellettuale ed empirica, volta a promuovere consapevolezza, autosufficienza e autodeterminazione, elementi essenziali per l’emancipazione umana.

Nel 2023, il Museo Diocesano di Brescia ha ospitato CONTRONESSUNO/A, una mostra antologica promossa da Butterfly CAV e Case Rifugio, che ha raccolto dieci anni di arte partecipata e relazionale realizzata dall’artista con il Centro, in collaborazione con associazioni, scuole ed enti. L’esposizione non rappresentava una conclusione, ma un punto di partenza per nuove evoluzioni dell’arte relazionale come strumento di emancipazione e realizzazione individuale. Attraverso opere corali e collettive, CONTRONESSUNO/A documentava il valore trasformativo di questi progetti, capaci di favorire una consapevolezza indispensabile alla libertà. Le grandi tele ricamate, restituzione del lavoro collettivo condotto nei singoli progetti, allestite lungo i muri perimetrali dell’ex refettorio evocano le pareti delle caverne su cui l’umanità ha lasciato traccia del proprio tempo, restituendo la narrazione di un decennio di progetti d’arte in cui ogni partecipante è autore e protagonista della propria storia.


Tra di essi anche VIRGINIA PER TUTTE nato durante la pandemia, quando la convivenza forzata con i propri aguzzini ha aggravato la condizione di molte vittime di violenza. L’artista, già impegnata da anni con le donne della casa rifugio, avvia un nuovo percorso ispirato a Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, affrontando il tema della disparità di genere e della rappresentazione femminile nella storia e nella cultura. L’opera si sviluppa attorno alla traduzione del saggio in tutte le lingue e i linguaggi possibili evidenziando come la mancanza di accesso ai testi sia essa stessa una forma di esclusione culturale. La scoperta che il libro esiste solo in una frazione delle lingue del mondo diventa il punto di partenza per un’azione concreta: grazie alla collaborazione spontanea di docenti, studenti e volontari, ogni partecipante traduce un frammento del testo e lo ricama o scrive in rosso su tela bianca, creando così un’opera corale e partecipata. L’iniziativa si espande a livello nazionale coinvolgendo curatori, istituzioni e realtà artistiche come Connecting Cultures di Milano, e si arricchisce di performance teatrali e installazioni, dando vita a un’opera viva e mutevole. Il lavoro si concretizza nella traduzione del testo – un versetto alla volta – in una molteplicità di lingue in molte delle quali esso non esiste, dimostrando così che il cambiamento è possibile: la storia non è immutabile, ma può essere riscritta. L’obiettivo non è solo tradurre un libro, ma offrire strumenti per decostruire narrazioni oppressive e immaginare una storia diversa, più inclusiva e consapevole. Oggi VIRGINIAPERTUTTE continua a viaggiare, con nuovi allestimenti e lo scorso novembre le versioni in Farsi ed illustrate da Sara Dar sono state consegnate alla Rete Bibliotecaria Bresciana presso la Biblioteca Queriniana.


Il 2025 si è dunque aperto con INDRE, realizzata al MAC Museo Arte Contemporanea di Luzzana, e ispirata al senso di isolamento che caratterizza le società contemporanee, amplificato dalla narrazione neoliberista, che impone un modello individuale basato su successo, ricchezza e bellezza come requisiti per la visibilità e l’esistenza stessa. In questo contesto competitivo e frammentato, si moltiplicano confini invisibili tra le persone che alimenta frustrazione, paura e comportamenti distruttivi. Gli individui, sempre più concentrati su sé stessi, dimenticano l’altro, contribuendo a una società polarizzata e discriminatoria. Tuttavia, ogni essere umano è parte di un sistema complesso e interconnesso, come evidenziato dalla scienza e dalla filosofia, ad esempio quella buddista dell’”origine dipendente” (engi). Un potente simbolo di questa interconnessione è la rete di Indra della mitologia orientale: una struttura infinita in cui ogni nodo, impreziosito da un gioiello, riflette la luce degli altri, dimostrando che ogni elemento influenza l’insieme. L’opera partecipata di Fratus invita a riconoscersi come parte di un tutto in cui ogni individuo è unico e indispensabile. Il progetto riscrive il mito al femminile, coinvolgendo chi partecipa in un’azione collettiva per riaffermare l’interconnessione tra le persone e la vita stessa. Realizzata in occasione dell’8 marzo, giornata dedicata ai diritti delle donne, INDRE si nutre della memoria storica e al contempo apre la riflessione sulle rivendicazioni ancora aperte. L’opera assume la forma di una rete monumentale in continua espansione, creata attraverso un intervento collettivo in cui elementi di argilla bianca, sospesi ai nodi, interagiscono tra loro. Proprio come nella rete di Indra, ogni movimento influisce sugli altri, rafforzando l’idea che la trasformazione della realtà nasce dalla condivisione e dall’azione collettiva, dal partecipare ad una vibrante rete di connessioni.

Attraverso la forma della rete Fratus ha spesso declinato significati e contenuti diversi sempre riconducibili all’inesorabile connessione che lega i viventi tra di loro e questi alla Terra. Così una rete ha caratterizzato l’intervento partecipato REMAKE, opera collettiva di arte sociale per ricucire gli strappi attraverso l’arte, realizzato all’Università degli Studi di Milano Bicocca. D’altra parte, l’avvento e lo sviluppo esponenziale di internet a partire dagli anni ’90 ha portato il concetto di rete e il linguaggio che ne deriva nel nostro quotidiano dove ‘connessione’ e ‘condivisione’ sono diventati ormai termini di uso comune ed assiduo. Dunque, facciamo tutti parte di una qualche rete che non solo attraversa la nostra esistenza ma della quale siamo anche chiamati ad essere costruttori e manutentori. Questa pluralità permeante delle reti ha ispirato anche THE WEBWEAVERS, opera partecipata realizzata in occasione del 140° anniversario di Edison Energia.


Ha preso avvio nel 2025 anche il progetto MEDEE, ospitato presso HU BS Martinengo a Brescia, nato come un contenitore di riflessione e creazione promosso da Butterfly CAV e dalle Case Rifugio, con il patrocinio della Provincia di Brescia. Attraverso interventi partecipati che coinvolgono studenti e studentesse degli Istituti scolastici bresciani, il percorso culminerà in una restituzione pubblica presso Palazzo Martinengo a Brescia. Ideato dall’artista e nato dal desiderio di ripensare e decodificare gli immaginari che influenzano le nostre esistenze, con l’obiettivo di costruire nuove prospettive di speranza. La figura di Medea diventa il simbolo centrale del progetto, non più semplificata nella sua crudeltà, ma reinterpretata come archetipo generatore che incarna la dualità della vita stessa, in cui ogni creazione porta con sé la possibilità di trasformazione e cambiamento. Questo capovolgimento simbolico si traduce in un percorso volto a rendere i partecipanti artefici di nuovi scenari di interazione, sia individuali che collettivi, superando i monismi culturali e religiosi e ponendo al centro la libertà di espressione e la capacità di immaginare. In questo contenitore Fratus ha sviluppato l’opera di arte partecipata “RIPENSA” che nasce dalla riflessione sulla capacità umana di rigenerarsi attraverso l’amore, anche nelle situazioni più difficili. Il progetto trae ispirazione dalle parole di Rosa Luxemburg, che dalla sua prigione scrive all’amica Sonia Liebknecht, descrivendo la notte come una morbida oscurità, se la si guarda nel modo giusto. Questo invito a cambiare prospettiva, a trovare la bellezza e la speranza nonostante tutto, diventa il fulcro concettuale dell’opera. Come scrive Fratus, “Nonostante tutte le avversità che la vita pone, ci resta sempre la possibilità di amare”. L’installazione si sviluppa attraverso tre manti simbolici – un manto di cielo, un manto di terra e un manto d’umano – che rappresentano il legame inscindibile tra l’individuo e il mondo, tra la bellezza dell’esistenza e la responsabilità collettiva di costruire una società più consapevole. Ogni manto è un manifesto visivo e concettuale che invita a ripensarsi, a interrogarsi sul proprio ruolo nel tessuto sociale, a riconoscere il bisogno d’amore come strumento di trasformazione. L’opera diventa un punto di partenza per un confronto aperto sul concetto di diritto, intrecciando arte, vita quotidiana e istanze contemporanee, uno spazio di riflessione condivisa che abbraccia la dimensione artistica, sociale e politica, nella consapevolezza che siamo tutti abitanti, costruttori e responsabili della polis. L’opera, nella sua essenza fluida e partecipativa, si propone di ampliare lo sguardo, favorendo nuove prospettive di lettura della realtà e della nostra capacità di trasformarla.

Fratus tornerà a breve a Ginevra con RI-GUARDIAMO – un progetto già esposto alla Triennale di Milano per “Il tempo delle donne” festival promosso da 27ma Ora e Corriere della Sera e all’UNIBS Università degli Studi di Brescia – dopo …AUSSI POUR LES ROSES, progetto realizzato nel luglio del 2024 per il GENEVA RIGHT TO FOOD MANIFESTO dell’Ambasciata Rebirth/Terzo Paradiso ginevrina guidata da Walter El Nagar, chef del Refettorio di Ginevra e direttore della Fondazione Mater. Per tre giorni, l’artista ha lavorato al Refettorio ricamando a mano una rosa su centinaia di carré di stoffa (un accessorio dalle molteplici funzioni: fazzoletto, tovagliolo, ecc.), uno per ognuno degli ospiti che vi si alternano ogni giorno per cena. “Mi sono riconosciuta in ciò che Walter fa – afferma l’artista – e ho pensato di realizzare una piccola opera unica per ognuno. Mi piace immaginare che oltre all’indelebile esperienza che vivono qui, possano portarsi via anche qualcosa che in ogni momento ricordi loro che la bellezza esiste ed è per tutti. Un talismano – nel senso originario del termine – da tenere in tasca per ogni evenienza ma anche soltanto da tenere tra le dita per ricordarsi quanto essa sia – al pari del pane – un diritto inalienabile di ogni essere umano.” Ago e filo sono ancora una volta gli strumenti per dare concretezza alle idee trasformandole in azioni – partecipate, collettive, relazionali – capaci di lasciare aperte nuove possibilità.


Formatasi presso l’Istituto Marangoni di Milano, Patrizia Benedetta Fratus ha lavorato nella sartoria del Teatro alla Scala per dedicarsi successivamente esclusivamente alla pratica artistica. Dal 2005 espone le sue opere in gallerie italiane e internazionali. Nel 2009 vince il Premio Nocivelli ed è finalista al Premio Cairo. Nello stesso anno realizza la prima Cometumivuoi, una bambola nata dalla riflessione sulle drammatiche vicende di femminicidio riportate dalla cronaca. Dal 2012 si dedica a progetti di arte relazionale e ambientale, collaborando con case di accoglienza e istituti scolastici. Due suoi arazzi, realizzati su commissione nel 2019, fanno oggi parte della collezione permanente di Virgil Abloh. Le sue opere sono state esposte in mostre personali e collettive in sedi pubbliche e private, Università, Fondazioni e Musei in Italia ed all’estero, da Parigi a Londra a New York.

