
MICHAEL SYLVAN ROBINSON
| di Barbara Pavan |
L’arte di Michael Sylvan Robinson e il suo attivismo queer si esprimono attraverso l’uso innovativo del collage tessile e delle tecniche artistiche basate sul testo. Il suo processo inizia con la selezione di tessuti caratterizzati da motivi elaborati, che vengono poi riassemblati in complessi collage tessili, lavorati fittamente con cuciture a macchina e a mano, nonché con applicazioni di perline.
Designer di costumi e artista della performance, la pratica di Robinson si è successivamente sviluppata in una ricerca intorno all’Arte indossabile, opere bidimensionali, sculture e installazioni. In queste opere, la cifra dimensionale è accentuata dai dettagli meticolosi delle superfici che invitano lo spettatore a entrare all’interno di una struttura concettuale più ampia. I capi scultorei e l’arte indossabile della sua serie #urbanfey funzionano come interventi di cura, guarigione e artivismo per affrontare i tempi difficili in cui viviamo.
Ogni capo è stratificato con immagini che sono sia queer che selvagge, ma anche profondamente legate ai paesaggi urbani dell’ambiente in cui Robinson è cresciuto. Frammenti di testi poetici riportati a stencil a mano e stampati sui capi, esprimono intenzioni, offrono riflessioni sulla fragilità del mondo e suscitano un invito alla memoria e, al contempo, all’azione.
Mi ha raccontato di sé e del suo lavoro in questa interessante intervista:

Artista fiber genderqueer, attivista, educatore artistico: chi è Michael Sylvan Robinson e in che modo la sua pratica artistica lo racconta?
Mi faccio chiamare Sylvan. Uso il mio nome completo in ambito professionale e per le esposizioni, ma semplicemente Sylvan nelle conversazioni. I miei pronomi sono they/he. Ho sempre saputo di essere genderqueer per gran parte della mia vita, anche se in alcuni periodi ho tenuto questa consapevolezza più nascosta, senza esprimerla apertamente. Ora, nella mia maturità, mi sento ispirato e rinnovato nell’incarnare pienamente me stesso, in questa espansione generazionale dell’espressione e dell’identità di genere.
Il mio lavoro nel mondo si trova davvero all’intersezione tra arte, attivismo ed educazione artistica, tre percorsi che si sono intrecciati fin dai miei primi anni formativi, quando ero un giovane queer nella New York della fine degli anni ’80 e inizio anni ’90. Inizialmente ero un costumista, un artista della performance e un performer drag, esperienze che hanno fornito solide basi alla mia pratica di fiber art attuale! In quegli anni newyorkesi ho partecipato a incontri e azioni di Queer Nation e ACT UP, mentre molti dei miei amici morivano a causa delle complicazioni dell’AIDS; il servizio alla comunità e la cura degli altri hanno costituito un pilastro fondamentale del mio sviluppo personale.
Oggi sono un membro attivo di Gays Against Guns, un gruppo di azione diretta nonviolenta che cerca di fermare l’epidemia di violenza armata. Porto la mia arte in questo impegno, creando abiti commemorativi che vengono indossati in azioni e veglie. Conduco ricerche sulle persone uccise dalla violenza armata e cerco di raccontare ciò che riesco a scoprire su ciascuna di loro, affinché siano onorate e ricordate attraverso il nostro attivismo.

Da dove nasce la tua predilezione per il mezzo tessile? Dove e quando ha avuto inizio?
Uno dei luoghi in cui mi sentivo più al sicuro durante il college era la sartoria teatrale. Da giovane ero profondamente ispirato dalla moda e dai costumi, e da adolescente negli anni ’80 c’erano moltissime icone di genere non conforme a cui ispirarsi: Boy George, Annie Lennox, Prince. Alcuni dei primi videoclip musicali che ricordo di aver visto erano i loro, e in quegli anni indossavo trucco e abiti volutamente genderfluid mentre esploravo la mia creatività e la mia identità personale.
Quando sono tornato a studiare per conseguire un MFA al Goddard College, ho trasformato le mie competenze nel design e nella realizzazione di costumi in una pratica più orientata alle arti visive. Durante una conferenza di sviluppo professionale a Baltimora, a cui partecipavo come parte del mio lavoro nell’insegnamento, ho assistito a una presentazione dell’incredibile Joyce J. Scott. Ha condiviso la sua arte interdisciplinare e il suo amore per i materiali, tra cui la lavorazione delle perline. Subito dopo la conferenza, mi sono diretto a un negozio di perline locale e sono tornato a casa con i miei primi barattoli di perline di vetro dai colori vivaci, che ancora oggi sono un elemento fondamentale del mio lavoro.
Sono attratto dal decorativo come mezzo per incantare lo sguardo, ma la bellezza delle mie opere è anche un invito a confrontarsi con i messaggi attivisti o con i progetti tematici più impegnativi che fanno parte del mio processo artistico.
Il lavoro manuale è un aspetto centrale di tutta la mia produzione artistica: è un processo laborioso e, a volte, mi sento come una sorta di folletto-ragno che cuce con entusiasmo fili dai colori brillanti e perline scintillanti; altre volte, invece, è come essere Rumpelstiltskin, intento a trasformare la paglia in oro, ma con scadenze sempre più rapide e serrate. Il mio studio è nella mia casa, e questo mi permette di portare avanti progetti a lungo termine, anche solo dedicandovi qualche momento dopo il rientro da scuola.
Corpo, abito, identità: qual è, secondo te, la relazione tra questi elementi e come si declinano nel tuo lavoro?
Spesso il mio lavoro riguarda l’assenza del corpo: creo abiti scultorei che sono pezzi commemorativi, segni di un’assenza. Il mio Mourning Jacket for a Sweet Satyr: In Remembrance of Eric J. Ginman 11/13/69-7/19/97 è stato inizialmente presentato come costume per il 24 Hour Play Event del Bennington College nel 2019 e, grazie a un incredibile processo collaborativo con la drammaturga Maia Villa e il regista David Drake, il capo commemorativo è stato integrato in un nuovo corto teatrale, Remembrance. Questa esperienza mi ha riportato alla creazione di abiti, e il pezzo è stato successivamente esposto al Wisconsin Museum of Quilts and Fiber Arts.
Eric ed io siamo stati amanti sia prima che dopo la mia laurea al Bennington College. È morto cinque anni dopo il suo diploma, nel 1997, per complicazioni dovute all’AIDS, prima di compiere 30 anni. Mi aveva inviato splendidi autoritratti che ho custodito privatamente per anni e che poi ho stampato su seta come parte del collage tessile di questa opera. A volte si mette da parte il lutto finché non c’è lo spazio e la presenza per tornare al dolore del ricordo.
Il mio ritorno al corpo è iniziato con opere attiviste e commemorative da indossare durante azioni e proteste contro la violenza armata, nell’ambito del mio lavoro con Gays Against Guns, un gruppo di azione diretta nonviolenta che combatte l’epidemia di violenza da arma da fuoco negli Stati Uniti. Sto portando avanti una serie di capi d’arte indossabili, frutto di una ricerca continua per identificare e onorare le persone uccise dalle armi da fuoco: ora sto lavorando a un terzo indumento commemorativo dedicato a un anno specifico. Ho indossato questi capi durante manifestazioni e veglie, ma più frequentemente vengono esposti senza essere indossati, offrendo agli spettatori la percezione dello spazio vuoto lasciato dai vivi.
Ultimamente sto realizzando anche capi che combinano moda e attivismo, con testi ricamati o impreziositi a mano. Il caso più noto è il sofisticato collage tessile che ho progettato per il produttore teatrale Jordan Roth, da indossare al Met Gala nel settembre 2021. Il design era ispirato alla prosa originale di Roth, che descriveva l’espressione di genere e l’identità come un abito sempre in divenire, che si manifesta, si sfilaccia, si trasforma. Ho avuto il privilegio di lavorare con un team straordinario di Vogue, tra cui l’editor Michael Philouze e il maestro sarto Bill Bull. L’anno scorso, il capo è stato esposto in una speciale installazione intitolata Identity Is… al Museum of Arts and Design di New York, e ho avuto l’opportunità di creare un altro abito unico per Jordan da indossare all’apertura.
Più avanti nell’anno, mi è stato commissionato un abito per Michele Cohen, presidente del consiglio di amministrazione del MAD, da indossare al gala del museo. È stata un’opportunità entusiasmante per ricercare e onorare le artiste, in particolare quelle che fanno parte di una storia dell’arte legata all’artigianato. Il design presentava un fregio ricamato e decorato con i ritratti di figure artistiche come Sonia Delaunay, Aminah Robinson, Toshiko Takaezu e Miriam Schapiro.


Oltre ai tessuti, utilizzi molti altri materiali. Come li scegli? Hanno un significato intrinseco, un valore semantico? E quanti di essi sono materiali riciclati?
Devo ammettere di avere un occhio e una mano particolarmente attenti per gli ornamenti! Vivendo a New York, investo nei materiali acquistandoli nei negozi del Garment District quando scelgo i tessuti. Poiché il mio lavoro consiste nel mettere insieme piccoli elementi per creare forme più grandi, non ho bisogno di grandi metrature di un solo tessuto; considero alcuni dei miei “ingredienti” tessili come farebbe un cuoco con lo zafferano: ne basta poco per fare la differenza.
Riutilizzo alcuni materiali, soprattutto quando mi vengono donati: stoffe, oggetti di famiglia come gioielli vintage, bottoni, articoli di merceria. Ho creato opere specificamente pensate per incorporare componenti riciclate o materiali alternativi, ma non è il fulcro del mio approccio, anche se ammiro profondamente gli artisti e i designer che pongono questo principio al centro della loro pratica.
Le tue opere sono estremamente dense e ricche di elementi. Come prendono forma? Qual è il tuo processo dal concepimento all’opera finita? E questa densità ha un valore assertivo?
Lavoro su più pezzi contemporaneamente, a volte per diversi anni quando si tratta di opere di grandi dimensioni, perché il mio processo è estremamente laborioso e realizzato interamente a mano. Può passare molto tempo prima che riesca a concretizzare un’idea che ho abbozzato anni prima, ma al tempo stesso sono sempre attratto dall’iniziare nuovi progetti. Di conseguenza, ci sono sempre molte opere “non ancora finite” e altre che invece prendono forma più rapidamente.
Negli ultimi tempi, ho iniziato a integrare anche lavori su commissione nella mia pratica artistica. Questi hanno processi strettamente legati ai committenti, che sono spesso fonte di grande ispirazione.
Riconosco che le mie opere siano estremamente stratificate e riccamente decorate, al punto che si potrebbero definire persino “sovraccariche”. A volte mi chiedo cosa significherebbe per me adottare un approccio più essenziale. Tuttavia, il mio obiettivo è che ogni dettaglio sia speciale, ogni livello aggiunto reso unico dal lavoro manuale.
L’uso del testo è una costante nelle mie opere, ma in alcuni casi scelgo di non includere parole o immagini, a seconda del messaggio e dell’intenzione di una serie o di un’opera specifica.

Quanto sono intrecciati per te arte e vita?
Mi considero davvero fortunato perché tutta la mia vita adulta è stata profondamente radicata sia nell’arte che nell’attivismo. Da educatore, per oltre trentacinque anni, ho avuto l’opportunità di insegnare a studenti di ogni età, dai bambini di tre anni fino ai laureandi, in discipline artistiche diverse e in contesti molto differenti tra loro.
Come persona creativa, porto tutte le mie passioni ed esperienze nel mio lavoro nel mondo, che si tratti di arte, insegnamento o attivismo. Tuttavia, con il passare degli anni, sono sempre più consapevole di quanto il tempo dedicato alla mia pratica artistica sia una risorsa preziosa. Inoltre, mi rendo conto che il mio corpo ha bisogno di cure in modi che forse da giovane non comprendevo pienamente. Il movimento ripetitivo del cucito deve diventare una pratica più costante ma meno gravosa, e sto imparando a bilanciare scadenze, tempo per la cura di me stesso e iniziative di supporto alla comunità.
Qual è l’opera che più ti rappresenta e perché?
Di solito non lavoro consapevolmente con l’autoritratto, ma ci sono due opere che, ogni volta che le guardo sul muro o sul piedistallo, sembrano restituirmi il mio stesso sguardo, come se fossero presenze profondamente legate a me. Una di queste è Oracle with Beard of Keys, mentre la più recente è Urban Atlas Holding the Weight of the World.
Queste opere sono ispirate ai miei viaggi a Pompei e Roma e rappresentano un’esplorazione del rapporto tra genere e storia dell’arte, attraverso le tracce frammentarie del passato. Sto riflettendo sul ruolo dell’artista nel navigare le tensioni delle società in crisi e sulla creazione di talismani protettivi come strutture di sostegno per la ricostruzione collettiva e il coinvolgimento della comunità.

Come si sono evoluti nel tempo la tua visione, la tua ricerca e la tua pratica artistica?
Negli ultimi cinque anni, ho avuto la possibilità di portare la mia arte in musei e gallerie che hanno ampliato enormemente la mia visibilità e le risorse professionali a mia disposizione. Nel mio studio, ho iniziato a collaborare con assistenti per progetti specifici, in particolare per il mio lavoro di art fashion, il che mi ha permesso di portare a termine commissioni mentre investo nel sostegno economico di altri designer e artigiani. Sono più bravo a compensare adeguatamente il loro lavoro di quanto lo sia nel pagare me stesso, ma sto sviluppando un modello di business che rifletta i miei valori, cercando di crescere anche negli aspetti meno creativi della vita da artista.
Il mio lavoro come amministratore scolastico è ancora molto impegnativo, quindi ho dovuto imparare a essere più organizzato nella gestione del tempo e delle risorse. Inoltre, ho iniziato a sviluppare capi d’arte più accessibili, pur mantenendo l’unicità di ogni pezzo, creando piccole collezioni ready-to-wear da lanciare con eventi pop-up. Mi entusiasma l’idea che artisti, amici e membri della comunità possano indossare le mie creazioni come pezzi speciali e creativi che celebrano la mia ricerca e i temi del mio lavoro.
Qual è, secondo te, il potere dell’arte? Può il lavoro degli artisti nella società contemporanea stimolare la riflessione, aumentare la consapevolezza, risvegliare le coscienze e, potenzialmente, cambiare in meglio il futuro dell’umanità, degli individui e delle comunità?
Senza dubbio, negli ultimi anni il mio lavoro e la mia ricerca artistica si sono approfonditi con un forte focus sulla costruzione di comunità. In risposta alle sfide di questo tempo, ho avviato alcuni progetti curatoriali e organizzativi insieme ad altri artisti tessili che condividono il mio stesso impegno. Ci stiamo concentrando su tematiche di cura e resilienza in un’epoca segnata da turbolenze e difficoltà, soprattutto nella resistenza agli attacchi governativi contro i diritti civili e la democrazia nel mio paese.
Abbiamo assistito a un arretramento da parte delle istituzioni artistiche che in passato sostenevano opere con una forte componente politica o di giustizia sociale, ma io sono determinato a continuare a celebrare le storie LGBTQ+ nel mio lavoro, imparando dagli antenati della lotta per la liberazione per rafforzare l’attivismo e costruire un futuro migliore.
Uno dei miei capi di moda artistica preferiti ha un ricamo elaborato sulla schiena che recita: “What Is Next Must Be Built Together”, e porto con me questa frase come un’intenzione per l’attivismo e l’impegno collettivo degli artisti nel guidare i cambiamenti di cui abbiamo bisogno.


Sylvan è un artista fiber genderqueer di fama internazionale, attivista e leader di spicco nell’educazione artistica. Ha conseguito un M.F.A. in Interdisciplinary Arts presso Goddard College (2008) e una B.A. presso Bennington College (1989), con una specializzazione in danza e teatro. Con una solida formazione nel design di costumi e nella performance art, le opere tessili contemporanee di Robinson sono state esposte in prestigiose gallerie e musei. Nel 2021, il suo fashion art è stato commissionato dal produttore teatrale e appassionato di moda Jordan Roth, che ha indossato il pezzo al Met Gala. Questa collaborazione ha ottenuto grande attenzione mediatica, con interviste pubblicate su Vogue e Vogue France. Inoltre, Robinson è stato intervistato su moda, arte e attivismo nel podcast Dressed: The History of Fashion (Episodio 239, aprile 2022). Sylvan è rappresentato dalla Contemporary Art Modern Project Gallery di Miami.
Nel corso degli anni, il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre. Nel 2024, l’opera Identity Is… Jordan Roth’s Met Gala 2021 Garment, progettata da Michael Sylvan Robinson, è stata presentata in una speciale installazione presso il Museum of Arts and Design di New York. Sempre nel 2024, la mostra Thread of Resistance and Resilience, una personale di Katrina Majkut, è stata ospitata presso The Iridian Gallery a Richmond, Virginia. Nel 2023, le opere di Robinson sono state incluse in Threads of Our Time, un’esposizione internazionale di fiber arts curata da Barbara Pavan e Maurita Cardone, ospitata alla Chelsea Market Gallery di New York. Inoltre, la mostra Unconditional Care, curata da Katrina Majkut, ha avuto luogo presso il Rochester Contemporary Art Center di Rochester, New York.
Nel 2023, il Center for Arts and History presso il Lewis-Clark State College in Idaho ha ospitato una mostra curata da Katrina Majkut, mentre Safekeeping, curata da Anita Fields, è stata esposta presso 108 Contemporary a Tulsa, Oklahoma. Sempre nel 2023, Chorus of Twisted Threads, con artisti come Sarah Amos, John Paul Morabito, Ramekon O’Arwisters e Michael Sylvan Robinson, è stata allestita presso la Patricia Sweetow Gallery a Los Angeles, California. Nel 2022, Robinson ha preso parte alla mostra Welcome Home, curata da Magdalena Santos e Anne-Laure Lemaitre, alla Mojo Supermarket Gallery di Brooklyn, New York, e a Adorned: Inspired by Fabric and Fashion, curata da Scott Andresen, presso l’Annmarie Sculpture Garden and Arts Center a Solomons, Maryland.
Nel 2021, la sua arte è stata inclusa in Preserve & Protect, curata da Erika Diamond e Michael Dickins, alla The New Gallery at Austin Peay State University a Clarksville, Tennessee, e in Witches Get Stitches, curata da Katrina Majkut, alla SPRING/BREAK Art Show a New York, New York. Sempre nel 2021, Robinson ha partecipato alla mostra Surface and Depth, curata da Kat Frampton, Felicity Griffin Clark e Olga Teksheva, a Palazzo Velli Expo di Roma, Italia, nell’ambito della Rome Art Week. Nel 2021 è stato anche esposto Patterns, curato da Sarah E. Brook, alla 440 Gallery di Brooklyn, New York, e Remnants, curata da Emily Schlemowitz, al Wisconsin Museum of Quilts and Fiber Arts di Cedarburg, Wisconsin.


